Monday 01 May 2017

Quello che i commentatori non vedono

Il palio di Renzi

Il giorno dopo ha il sorriso sulle labbra. Renzi ha vinto le primarie del Pd, anzi le ha stravinte. Meriti, demeriti, ce ne sono per tutti. Per chi ha creduto di essere responsabile della sconfitta referendaria (un merito, secondo D’Alema), per chi si è incartato anche nell’ultimo dribbling di pensiero (Bersani). Sono loro – con i rispettivi accoliti – i principali alleati della vittoria di Renzi. Ecco la vera nemesi. Perché se non si fossero chiamati fuori dal partito che essi stessi avevano costruito, se si fossero uniti attorno a una candidatura davvero alternativa, oggi saremmo a parlare probabilmente d’altro. Quantomeno nei numeri e, di conseguenza, nelle prospettive.

E invece proprio quella loro uscita di scena, quel tramonto di un’era geologica, ha finito con il tirare la volata proprio al nemico dichiarato. Che si è trovato davanti un proprio ex ministro come Orlando (difficile criticare il segretario del partito che ti ha messo al governo e che è stato tuo capo di quel governo, pensando di essere immuni da controdeduzioni) e un ex magistrato a fasi alterne come Emiliano.

Morale: Renzi ha vinto, anzi ha stravinto. Portando al voto 2 milioni d’italiani nel bel mezzo di un ponte. Mentre Berlusconi inciampava su uno scalino e Grillo cercava di prendersi la scena con la critica (sterile) ai 2 milioni di persone che invece di fare un click sul proprio smartphone si sono permesse di andare a un seggio, presentare un documento, versare 2 euro e dire la propria sulla tris del Pd.

Adesso si aprono nuovi scenari. Che sono antichi in realtà. Ma il primo dato oggettivo è che Renzi è di nuovo in sella. All’inizio di un mandato per se’ definitivo. Non più logorato dalle correnti avverse, perché i numeri sono numeri. Non più demolito dal voto contro del referendum. È in sella a un destriero chiamato Pd, pronto a correre il proprio palio.

Si’, perché in tutti i commenti di queste ore, emerge titanica una miopia di fondo. Tutti pronti a dire cosa dovrà o non dovrà fare Renzi. Tutti a invitare a non ripetere certi errori. Nessuno in grado di indicare quello che accadrà.

Bisogna esserci stati a Siena. Non di passaggio. E non parlo delle tristi agonie del Monte dei Paschi, emblema di come la politica senza preparazione possa arrecare danni letali a una tra le più belle banche che l’Italia potesse presentare appena 15 anni fa. Diciamo prima del tragico matrimonio con la Banca 121.

Ebbene, tutti sanno che a Siena si corrono due Palii. E che un Palio è chiamato anche Carriera…

Il Palio si corre cavalcando a pelo e l’obiettivo è ovviamente quello di completare per primi i tre giri canonici della piazza, rispettando poche basilari regole. La prima delle quali è far sì che la contrada nemica non vinca.

Volenti o nolenti, l’Italia di oggi è questa. Una somma di errori che ci portiamo dietro dalla troppo magnificata Prima Repubblica che, tolti i nostalgici, ha lasciato un debito pubblico monstre tale da ipotecare qualsiasi legittima aspirazione di Seconda Repubblica.

E’ infatti sui debiti del passato che cadono i governi. È’ sulla mala-gestio che si afflosciano le rotte di Alitalia, tanto per citare un caso. È’ sugli effetti narcolettici dell’assistenzialismo di Stato (assunzioni per nepotismo e seggi elettorali, privilegi e ruberie) che i nostri figli non possono far altro che pensare a emigrare in cerca di lavoro.

Ma torniamo al Palio. E ipotizziamo un gioco, così da alleggerire un po’ il discorso.

Nel Palio le Contrade (i partiti o i movimenti) vengono chiamati al canape (la corda che regola la regolarita’ della partenza. Compito dei fantini (leader dei partiti o movimenti) è quello di posizionarsi nella condizione ideale per il via, stringendo alleanze in proprio favore e accordi proibiti per impedire al nemico una sana partenza e una regolare corsa.

C’e’ poi il mossiere che controlla che tutto sia in regola. Siamo in un gioco, s’intende. Immaginate che questo ruolo sia impersonato dall’inquilino del Quirinale, per mera ipotesi.

Ebbene, nel Palio non è il mossiere a dare il via alla carriera. Ma il cavallo di rincorsa. Quello che non entra nella mischia. Ma osserva a distanza il piazzamento dei propri alleati. E solo quando ritiene giunto il momento, parte – di rincorsa – determinando l’inizio del Palio. Certo ci sono anche le false partenze. Ma l’idea, semplicistica e leggera, è questa.

Perche’ Renzi è il segretario del Pd. Il partito che determina le scelte in questa fase politica. È’ il partito da dove proviene Gentiloni. È’ il partito da dove proviene Mattarella. È’ il partito che controlla i flussi dei lavori alla Camera e al Senato. Ed è il partito che esprime politici eletti, scelti sulla base di liste che vengono dettate appunto dalla segreteria.

La scadenza naturale di questa legislatura è attesa nel febbraio del 2018. Tra non molto.

A settembre scatterà il vitalizio per gli attuali parlamentari (ecco perché al di là di mille commenti, finora non è stata affrontata seriamente la questione della nuova legge elettorale). Ma adesso la musica è cambiata.

Renzi è tornato in sella e punta a un nuovo capitolo. Non al remake del primo giro di giostra. Affina la propria visione di un Paese che deve comunque cambiare. Rivede gli assetti interni del partito per essere meno esposto alle correnti. Elabora una strategia di avvicinamento alle elezioni. Consapevole dei vantaggi espressi dalle alleanze e dei limiti espressi dai compromessi che saranno comunque probabilmente necessari per assicurare stabilità all’Italia post voto.

Nel frattempo osserva quello che accade dall’estero. La vittoria del suo amico Macron in Francia (tutt’altra storia rispetto a Hollande che era lì prima del l’ascesa di Renzi). Attende l’esito del referendum politico sulla May. Scruta gli umori in casa tedesca. E quando avvertirà che il vento è favorevole, non dovrà far altro che dare il via al proprio Palio.