Monday 02 October 2017

Editoria di qualità e coraggio (che manca)

Newhouse e Hefner, addio a due giganti

Bandiere listate a lutto per l’editoria mondiale.

Muore a 89 anni Samuel I. Newhouse Jr, il proprietario di Advance publications e Condé Nast. L’artefice del rilancio di Vogue, Vanity Fair e New Yorker. Colossi della carta stampata di qualità. L’uomo che volle Tina Brown per restituire prestigio a una polverosa Fiera della vanità, il genio che affidò alla grandissima Diana Vreeland prima e ad Anne Wintour poi le sorti di Vogue per farne la bibbia del fashion, il visionario che chiese a David Remnick di ridefinire l’anima del Newyorker.

Tutti a elogiarne la lungimiranza e l’arte della persuasione. Perché per 50 anni è stato lui a plasmare i propri prodotti.

Non era un tipo facile. Perché se vuoi arrivare lassù niente è facile. Non era un tipo paziente, considerato che per cambiare un direttore impiegava un niente e si metteva a muso duro con la redazione e le firme nobili.

Ma era un editore illuminato, questo sì. Consapevole del fatto che con Internet devi farci i conti, ma i conti non te li salva la rete.

Poche ore prima si è spento anche Hugh Hefner, che di anni ne aveva 91. L’uomo che nel ’53 volle editare un mensile patinato in copertina, con il nudo come richiamo. Scelse Marilyn Monroe per quella prima cover. Ne hanno tratto vantaggio entrambi.

Per i più Playboy era il mensile del soft pornografico. Per chi ama la letteratura e il giornalismo è la rivista dove leggevi Alex Haley che intervistava Miles Davis, dove l’imbarazzo era nello scoprirsi ignorante davanti alle frasi di Updike e Wallace più che su un seno del paginone centrale, dove Normal Mailer ti trascinava nella lettura di The Fight e non era raro individuare pagine di qualità, fossero esse vergate da Nabokov, Fleming, fossero domande e risposte con i personaggi del Secolo Breve: Fidel Castro (durante l’embargo), Malcolm X, Martin Luther King, Salvador Dalì o Mohamed Alì.

Bandiere listate a lutto per l’editoria che arranca, oggi, perché non ci sono più capitani coraggiosi come Newhouse e Hefner.

Perché oggi dominano manager che guardano solo al profitto senza capire la differenza tra costo e valore.

Così affonda la barca dell’informazione. Mentre tutti vedono nel web un nemico e non una risorsa. Perché tutti inseguono i social senza capire che i social si alimentano della fonte qualificata che è il giornalismo. Perché nessuno vede che la concorrenza, quella vera, non è Facebook o Google, ma sono le reti All news che imprimono ritmi ossessivi senza lasciar spazio all’approfondimento di qualità e alla meditazione. Nessuno capisce che un quotidiano, quando esce, viene saccheggiato dalle rassegne stampa dove non ci si limita a far vedere una prima pagina, ma si leggono ampi tratti di articoli e commenti. Dove tutto si appiattisce.

Solo che il cibo di tutti i canali arriva guarda caso dall’autorevolezza della carta stampata. E se non sei su carta non conti. Un blogger, un influencer, per conoscerli davvero devi leggere di loro sui media tradizionali. E allora?

Nessuno ferma il progresso. Che è lì a rappresentare nuove autostrade di opportunità per chi saprà coglierle. Ma nessuno ha più il coraggio di Newhouse e Hefner. Questa è la verità.